pubalgia

Siete degli amanti delle attività sportive e improvvisamente iniziate ad avvertire un dolore pungente nella zona inguinale e interno coscia?

Se cosi fosse, potreste essere incappati in una fastidiosa patologia che prende il nome di “pubalgia”.

 

Voglio cercare di farvi capire meglio cosa si intende con questo termine spesso troppo confuso ed erroneamente utilizzato.

Come appena accennato, la pubalgia interessa soprattutto gli sportivi, in particolare i calciatori professionisti, che svolgono allenamenti continuativi e ad alto livello. Ma non solo: non è infrequente che tale problema emerga anche in atleti che svolgono altre discipline come il tennis, il jogging, la danza, la scherma, il rugby, l’equitazione e attività nelle quali è richiesta un’intensa sollecitazione degli arti inferiori.

 

Oltre al tipo di sport praticato, voglio ricordare altri fattori predisponenti allo sviluppo della pubalgia: il cambiamento del tipo di allenamento, il terreno sul quale lo si svolge (eccessivamente irregolare ad esempio), il tipo di calzature utilizzato, oppure in relazione alle caratteristiche strutturali della persona, come un’accentuata lordosi lombare, il sovrappeso, una dismetria degli arti inferiori, una gravidanza in corso, alcune patologie congenite dell’anca e problemi posturali con conseguente sbilanciamento delle forze muscolari.

 

La pubalgia è più comune nei maschi a causa di una diversa conformazione anatomica: la pelvi dell’uomo è più stretta e ciò provoca maggiori spostamenti e una minore stabilità rispetto alla pelvi femminile che risulta più ampia.


Nonostante a livello mondiale siano riconosciute ben 72 cause di pubalgia, esse si possono classificare attraverso tre principali categorie:

  • La “sindrome retto-adduttoria” riguarda il numero maggiore dei casi ed è caratterizzata da una tendinopatia inserzionale (mio entesite) di origine microtraumatica, ossia un’infiammazione dolorosa dei muscoli e tendini che si inseriscono sulla parte antero-inferiore del bacino. In questo caso, la zona composta dall’osso pubico (da cui prende il nome la patologia), viene sottoposta a forti sollecitazioni e tensioni muscolari provenienti sia dall’alto (i muscoli addominali che formano la tanto famosa “tartaruga” per capirci) sia dal basso (i muscoli adduttori dell’interno coscia) che possono, a lungo andare, creare delle micro-lesioni da sovraccarico funzionale. In coloro che praticano attività calcistica infatti, si può presentare più frequentemente un’infiammazione dei muscoli e dei tendini adduttori dovuta a ripetuti gesti tecnici come calciare, saltare, cambi improvvisi di direzione ecc; in misura minore si può avere un interessamento dei soli muscoli addominali, senza escludere le casistiche in cui si manifesta un danno contemporaneo di entrambe le strutture anatomiche.
  • La “sindrome sinfisaria” riguarda il parziale cedimento della sinfisi pubica. La sinfisi pubica è un’articolazione fibro-cartilaginea quasi immobile che si trova tra le due facce mediali delle ossa pubiche: la sua mobilità limitata è molto importante, soprattutto nelle donne durante il parto, in quanto consente grazie alla sua elasticità il passaggio del feto. In gravidanza, la griglia pelvica della donna è sottoposta a grandi stress per i movimenti di nutazione e contronutazione del bacino e può accadere che, per effetto di un generale aumento della lassità dei legamenti dovuta agli ormoni relaxina e progesterone, si verifichi una separazione (diastasi) della sinfisi pubica con conseguente dolore. Ricordo che tale cedimento può capitare non solo a donne in gravidanza, ma anche nella vulnerabile fase adolescenziale a causa di ripetuti microtraumi da attività sportive troppo intense; questo cedimento causerebbe un’instabilità della sinfisi stessa con conseguente alterazione dell’equilibrio del bacino e dolore durante una semplice camminata o durante il riposo notturno nella zona dell’inguine, all’anca, davanti e internamente alle cosce. In altri casi ancora, soprattutto con l’avanzare dell’età, si possono sviluppare alterazioni regressive della sinfisi di tipo artrosico (osteo-artropatia pubica) con lo sviluppo della stessa sintomatologia infiammatoria e dolorosa descritta prima.
  • La “sindrome della guaina del retto femorale”, detta anche “sindrome del nervo perforante del retto addominale nel calciatore”, è causata dallo stiramento del nervo perforante a causa di una lesione della fascia superficiale addominale.

Passiamo ora alla descrizione approfondita dei sintomi che un soggetto avverte quando viene colpito da questa complessa patologia. Il principale sintomo della pubalgia è naturalmente il dolore che parte dall’osso pubico, si dirama in tutta la zona e si localizza a livello della regione dell’inguine, la parte anteriore della coscia e la parte interna degli adduttori. Negli uomini, talvolta, può coinvolgere indirettamente lo scroto e i testicoli facendo cosi erroneamente pensare ad altre patologie come varicocele o tumori.

 

L'esordio può essere suddiviso in due forme: una forma acuta (meno frequente) con un dolore improvviso, violento nel corso di un cambio di direzione della corsa o dopo una forte calciata con una sensazione di “scossa elettrica”; oppure una forma sub-acuta (più frequente) che cresce lentamente partita dopo partita dove si percepisce una sensazione di fastidio come se fosse semplice affaticamento muscolare. In questo caso, la pubalgia è data dal risultato di tanti piccoli micro-traumi accumulati nel corso del tempo senza mai essere curati per negligenza dell’atleta fino a quando, sempre a causa di uno scatto improvviso o di un brusco movimento, si sorpassa la soglia fisiologica di sopportazione e si manifesta la vera problematica. Solitamente la pubalgia ha un esordio unilaterale, ossia interessa solo uno dei due arti inferiori, ma non mancano le casistiche in cui si segnala un interessamento bilaterale con una prognosi più lunga e un trattamento riabilitativo più complicato.

 

Nelle forme lievi il dolore compare al risveglio durante i primi passi al mattino, oppure si manifesta all’inizio di esercizi fisici quando si è ancora “freddi”, tendendo poi a scomparire una volta effettuato il riscaldamento e a ricomparire di nuovo “a freddo” in alcuni movimenti della giornata. Nelle fasi più gravi della patologia, al contrario, il dolore compare anche durante lo svolgimento dell’attività sportiva, tanto da impedirne la continuazione e rendere difficile anche la deambulazione di tutti i giorni. In questi casi, il dolore diventa persistente e accompagna il soggetto in tutte le sue attività della semplice vita quotidiana, alternando momenti di poco dolore a momenti davvero fastidiosi attenuati soltanto dal riposo. Ricordo infine che sono stati registrati casi dove la forma di pubalgia era così grave, dolorosa e invalidante da rendere quasi impossibile persino il riposo notturno con un conseguente forte impatto sulla qualità della vita della persona: questo fattore è proprio caratteristico di una problematica di tipo infiammatoria.


Ma come si diagnostica una pubalgia?

Se la patologia è recente, oltre che ai vari test specifici che un medico o un fisioterapista può effettuare nel proprio studio, per valutare al meglio l’entità della pubalgia e quali distretti muscolo-tendinei sono interessati consiglio sempre un esame ecografico che mostrerà le varie strutture anatomiche colpite.

 

Nei casi più gravi, per ulteriori approfondimenti o quando la diagnosi appare ancora incerta, non si esclude la possibilità di effettuare una risonanza magnetica in grado di evidenziare eventuali altre lesioni e fornire un quadro più completo.

 

Se invece il soggetto ha trascurato da diverso tempo (almeno 3 mesi) la patologia (e la problematica si è quindi cronicizzata), è sempre bene sottoporsi, oltre all’ecografia, anche ad una radiografia del bacino con la quale è possibile rilevare l’esistenza di eventuali lesioni a livello dell’osso pubico: nei punti di maggiore infiammazione e stress della sinfisi pubica, si potrebbe notarne un contorno irregolare con presenza di cisti ossee, osteofiti e lo sviluppo di calcificazioni.

 

Passiamo ora ad illustrare le linee-guida generali del trattamento della pubalgia. Ho parlato di “linee-guida generali” poiché non esiste un approccio unico e globale a questa patologia, ma ogni trattamento deve essere personalizzato in base alla gravità del singolo caso e in base agli obiettivi che il soggetto vuole ottenere: un’atleta professionista affronterà un tipo di riabilitazione diverso sia in tempistica sia in intensità di esercizi rispetto, ad esempio, ad una persona che svolge un lavoro di ufficio.

 

Qualunque sia il caso clinico posso affermare che, nella fase iniziale, il primo scopo è comunque quello di eliminare le cause che sembrano responsabili della pubalgia (riposo assoluto da qualsiasi tipo di attività sportiva) ed alleviare l’infiammazione e la sintomatologia dolorosa che il paziente prova.

Delle ottime soluzioni sono dei cicli iniziali di terapie fisiche e strumentali quali Laser di Potenza, Tecar e Ultrasuoni a scopo antinfiammatorio, antidolorifico, biostiomolante e miorilassante dei tessuti contratti. Fatto ciò, sarà possibile passare alla seconda parte della riabilitazione più dinamica e stimolante composta da:

  • Esercizi di stretching degli adduttori e di tutta la muscolatura interessata, lavorando sempre al di sotto della soglia del dolore;
  • Mobilizzazioni manuali per eliminare, ad esempio, eventuali blocchi articolari delle vertebre lombari e dell’articolazione sacro-iliaca;
  • Esercizi di rinforzo dei muscoli addominali e di tutti i distretti muscolari dell’arto inferiore al fine di renderli più tonici e in grado di sopportare meglio tutti gli sforzi;
  • Esercizi di riequilibrio del bacino;
  • Esercizi di propriocezione con cuscinetti e tavolette destabilizzanti per aumentare le capacità di reazione alle perturbazioni esterne.

Molto più complicato è il trattamento dei casi cronicizzati, cioè quando la sintomatologia è stata ignorata per molto tempo, il soggetto ha continuato ad allenarsi fino ad arrivare ad un punto critico, e la situazione fisiologica di muscoli e tendini è talmente compromessa da non poter garantire un successo completo della riabilitazione; non è raro infatti, che molti atleti debbano interrompere la loro carriera proprio per non aver trattato questa patologia con decisione fin dai primi esordi.

 

Aggiungo infine che esiste anche un tipo di trattamento chirurgico per la pubalgia, ma tale approccio va preso in considerazione solo come ultimissima spiaggia nel caso di fallimento totale dei trattamenti fisioterapici e solo in caso di forte necessità.

Il mio consiglio è quello di contattare immediatamente un fisioterapista non appena manifestiate alcuni dei sintomi precedentemente elencati: prima si agisce sullo stato infiammatorio più favorevole sarà la prognosi e prima si potrà tornare sul campo di gioco.

 

 

Se volete prenotare una prima visita di valutazione e comprendere meglio il percorso fisioterapico più adatto alla vostra situazione clinica contattatemi chiamando il numero 3473034660. Sarò felice di aiutarvi e di rispondere alle vostre domande.